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STEZZANO NEL  1630

Stezzano contava allora 1100 abitanti: era uno dei più grossi paesi vicini a Bergamo; in città risiedevano circa 18.000 cittadini. La stragrande maggioranza degli Stezzanesi era povera; lavorava nei campi alla dipendenza di famiglie nobili, dei Canonici della Cattedrale o dei Canonici Lateranensi di Santo Spirito.

Il centro del paese era la piazza attraversata dalla strada che, provenendo da Bergamo, conduceva a Verdello passando per via Serioletta (ora via Caroli); seguendo invece via del Mulino (ora via Piave) si raggiungeva il santuario della Madonna dei Campi. Percorrendo via Canonici, che mantiene il suo antico nome, si perveniva alla Contrada Nobile (comprendente ora le vie Roma e 4 Novembre) nella quale risiedevano le famiglie facoltose del paese. Dove è ora la Parrocchiale vi erano i ruderi dell’antico castello con all’interno la Chiesa di S. Pietro, considerata anch’essa parrocchiale. Castello e chiesa sono menzionati in una pergamena risalente al 1012. Il castello era circondato da un fossato: perciò si entrava superando un ponte di legno, passando prima sotto la torre sulle cui fondamenta verrà costruito l’attuale campanile. All’interno, oltre la chiesa vi erano altre costruzioni poi demolite, tranne la “ Casa del sagrestano”.

La parrocchiale S. Giovanni Battista (ora Auditorium) è pure molto antica. Lo conferma una lapide longobarda in essa rinvenuta, riferibile all’ottavo secolo. Curiosamente la casa del parroco era posta distante dalla chiesa, nel lato sud della piazza, con accanto la chiesa di S. Antonio Abate (è nominata in un atto risalente al 1435) usata spesso nel 1500 come parrocchiale, quando il Parroco era vecchio. Aveva un campanile e, addossata sul fianco rivolto verso la piazza, una cappella con portico, dedicata ai Santi Rocco e Sebastiano: vi si celebrava la messa all’aperto durante le pestilenze. Sempre nella piazza, tra le vie del Mulino e della Serioletta vi era la piccola chiesa di S. Defendente dei Disciplini. Parallela alla casa parrocchiale e che divideva a metà la piazza era la casa dei Cappellani del santuario della Madonna dei Campi, con affreschi di Gian Paolo Cavagna sulla facciata, illustranti alcuni episodi significativi della vita della Beata vergine. Sul fianco sud della parrocchiale di San Giovanni (oggi Auditorum) era il cimitero. Nella Contrada Nobile, di fronte all’abitazione dei Nobili Carrara si trovava la Chiesa di Santa Elisabetta, detta anche in alcuni documenti della Visitazione o di S. Anna, originalmente chiamata Santa Maria Novella delle suore umiliate in un documento del 1282. Fu abbattuta all’inizio del 1800 e ricostruita quasi di fronte, inserita nella Villa Morlani – Carrara Beroa. Al santuario e nella parrocchiale si celebrava messa quotidianamente ed in alcuni giorni durante la settimana nelle altre chiese, ma nessuna chiesa era tanto capiente da contenere tutta la popolazione nelle grandi festività o in particolari occasioni. Questa carenza era già stata segnalata nel 1575 nei verbali della Visita Apostolica di S. Carlo Borromeo e già erano state avanzate proposte di allargare la parrocchiale esistente o di costruirla nuova.

 

IL VOTO E LA PESTE

Domenica 9 giugno 1630, dietro invito del parroco don Bartolomeo Grumelli, tutti i fedeli di età legittima si riunirono nella parrocchiale di S. Giovanni Battista e all’unanimità decisero, tra l’altro, di far voto di fabbricare una nuova Parrocchiale nel luogo del Castello perché vi era grande pericolo che la peste, che già mieteva vittime in paesi abbastanza vicini, raggiungesse il nostro territorio. Purtroppo, dopo pochi giorni, la peste assassina arrivò anche a Stezzano e colpì la popolazione, senza badare a età, a ceto, a salute, a cultura.

Dal registro dei morti risulta che da giugno a dicembre morirono 204 persone, parte nella propria casa, parte nelle baracche costruite fuori dall’abitato (lazzaretto). Vi è però una nota che lascia capire che non tutti i defunti si siano potuti registrare; inoltre si rileva una lacuna di un anno e mezzo: infatti si riprende la registrazione il 20 giugno 1632. Come si spiega? Perse la vita anche il Parroco don Bartolomeo Grumelli. I sacerdoti superstiti erano tutti impegnati a soccorrere gli ammalati, a impartire loro i sacramenti, portarli alla sepoltura. I morti venivano sepolti non in chiesa o nel vicino camposanto, ma in fosse comuni dette foppe o fopponi. Lorenzo Ghirardelli ne “La storia della peste a Bergamo” sostiene che i morti di peste a Stezzano furono 640; i sopravvissuti 454. Ricordo della terribile epidemia sono le cappelle dei “Campelli” in via Guzzanica e l’altra dei “Mortini” sulla strada per Verdello.

 

DON ANTONIO  MOLINARI (Reperimento dei fondi)

Terminato il contagio, si dovette tornare alla vita di tutti i giorni, anche se aggravata dagli strascichi che la peste aveva lasciato presso tante famiglie: orfani e vedove da sostenere, situazioni particolari come quella emblematica tramandata dei fratelli Alessandro, Bartolomeo e Domenico Roncelli, rispettivamente padre e zii del servo di Dio Prete Giuseppe Roncelli: rimasti orfani e senza proventi decisero di cercare fortuna emigrando a Venezia. Dopo la morte di don Grumelli resse la parrocchia come vicario don Domenico Russi, cui subentrò don Decio Casari, dal 1632 al 1635.

Il voto che gli Stezzanesi avevano assunto doveva essere mantenuto, ma, quando don Antonio Molinari diventò parroco di Stezzano, trovò una situazione ingarbugliata. Prima di tutto si doveva risolvere la questione del luogo dove costruire la nuova chiesa, perché forse vi fu una certa resistenza da parte dei Nobili. Per tagliar la testa al toro, il vescovo di Bergamo Luigi Grimani il 3 Giugno 1646 decretò che fosse abbattuta l’antichissima chiesa di San Pietro nel Castello e che il materiale recuperato dovesse servire per la costruzione della nuova Chiesa. Il secondo problema riguardava la situazione economica. Don Antonio fu minuzioso nel catalogare ed inventariare tutti i beni della parrocchia e ne stese un’accurata relazione, dalla quale si può desumere la quantità di persone che da anni non versavano i contributi dovuti alla chiesa. Curiosamente tra i debitori figuravano anche i Canonici di S. Alessandro di Bergamo che possedevano moltissimi appezzamenti di terreno a Stezzano. Il ritardo dell’inizio della costruzione della nuova parrocchiale può essere attribuito anche ai lavori che si stavano ultimando al santuario della Madonna dei Campi e che ebbero la loro conclusione solo nel 1667 con la Visita pastorale del vescovo di Bergamo Daniele Giustiniani.

 

DON MARCANTONIO GAZUFFINO (Costruzione della chiesa)

Dopo la scomparsa di don Antonio Molinari, fu nominato parroco di Stezzano il giovane sacerdote (aveva solo 26 anni!) don Marcantonio Gazuffino che resse la Parrocchia per ben 53 anni, dal 1660 al 1713, e vide iniziare e concludere la costruzione della nuova chiesa. Il progetto, secondo Mons. Luigi Pagnoni, è da attribuire a Gian Battista Caniana. A Rovetta, presso la fondazione Fantoni, si trovano diversi disegni del Caniana, compreso uno studio per una chiesa di San Pietro: facciata, fianco destro, sezione longitudinale e trasversale (A 148, 150, 167 e 168), senza indicare dove questa chiesa sarebbe dovuta essere costruita. Ad un attento esame tutto collima, tranne il portale maggiore e il finestrone, eseguiti da Pier Paolo Pirovano di Sforzatica, ed il fianco destro che fu modificato nell’ottocento per la realizzazione della cappella di San Giovanni e nel secolo XX  per l’esecuzione del Battistero. È opportuno comunque precisare che presso l’archivio parrocchiale poco o niente è rimasto a documentare la storia della fabbrica della chiesa, per cui ci si è dovuti affidare ad altra documentazione, rinvenuta talvolta casualmente. Si sa, per esempio, che coloro che a turno coordinarono i lavori come capomastri o esecutori di disegni di particolari della costruzione furono esponenti della famiglia Micheli di Sforzatica (Giacomo, Francesco, Germano e Candido; a conferma della presenza di quest’ultimo a Stezzano si conserva nel nostro archivio una pianta con misure, stima e disegno della “Casa del Sagrestano” 1734). Queste importanti informazioni ci sono pervenute dagli archivi di Sorisole e Branzi in cui lavorarono i Micheli, rintracciati presso la fabbrica della chiesa di Stezzano.

La maggior parte degli artisti che dipinsero, affrescarono o eseguirono altre opere per la nostra chiesa sono conosciuti per merito del manoscritto “Cronaca Bergomense dal 1729 al 1776” giacente presso la Biblioteca Angelo Mai, di anonimo autore che dovette consultare i documenti della Fabbrica della chiesa per essere così ricco di informazioni e descrizioni. Qualche notizia si ricava dalla “Nota delle bollette della chiesa della Beata Vergine nei Campi di Stezzano dal 1659 al 1722”. Gli Stezzanesi parteciparono direttamente alla costruzione della chiesa non soltanto con offerte, ma fornendo il terreno e “opere manuali non maestrali che saranno necessarie alla compita fabbrica di essa chiesa”, come avevano stabilito per voto e come è dimostrato dall’affresco della “Carità” sopra il portale maggiore: “Caritas fecit haec omnia, 1703” (La carità ha compiuto tutte queste cose nell’anno 1703). Solo dopo 43 anni dal voto, ed esattamente il 29 agosto 1673, l’Arciprete Carlo Ambrogio de Caris, Vicario foraneo della Pieve di Lallio, di cui faceva parte la nostra parrocchia, pose la prima pietra. Per l’avanzamento dei lavori sono preziose tre iscrizioni: la prima su un pilastro vicino al tetto del presbiterio “Anno 1689, 26 Agosto terminati il celtro”.

Celtro, in dialetto silter, è il termine locale che significa volta, in questo caso si deve intendere il catino sopra l’abside. La seconda iscrizione è posta sopra un’arcata che divide il presbiterio dalla navata “8 Maggio 1692, fu fatta la prima arcata”. In fondo alla chiesa, presso il finestrone, “3 Settembre 1699, fu fatta l’ultima arcata”. La struttura della chiesa era compiuta. Si dovevano eseguire da questo momento tutte le opere di completamento: intonaci, pavimenti, stucchi, altari, statue… Anche l’Amministrazione del santuario diede il suo apporto, versando ogni tanto una discreta somma dal 1680 in poi. Il 22 novembre 1691 accolse l’istanza per versare alla fabbrica 50 Scudi: si era completato il coro e si dovevano acquistare le chiavi (i tiranti) per erigere la volta. Infine il 10 dicembre 1703 venne concessa in prestito alla chiesa parrocchiale la somma di lire venete 1220, con garanzia del signor Alessandro Moroni.

Gli affreschi della volta furono eseguiti dall’allievo e collaboratore di Giulio Quaglio, Antonio Piazzoli di Como e da Emidio Vacis da Brignano, tranne la “Decollazione del Battista” attribuita a Fra Vittore Ghislandi detto il Galgario. Nel mezzo del catino fu posto il grande crocifisso in legno, scultura di Bartolomeo Gaurina o da Gaverina, maestro dei Sanzi. L’Altare maggiore era di marmo con mensa lunghissima, il tabernacolo di marmo nero con intarsi di fiori, nel paliotto erano scolpite in bassorilievo le figure di S. Giovanni Battista e di S. Pietro Apostolo, titolare della chiesa. Dietro l’altare vi era la pala raffigurante la Madonna con in braccio Gesù, con S. Giovanni Battista e S. Pietro, opera di Nicolò Malinconici, pittore napoletano, di cui sono anche l’ultima navata di Santa Maria Maggiore e la pala dell’Altare maggiore del Duomo di Bergamo raffigurante il martirio di S. Alessandro.

Per le altre opere si rimanda al volume “Stezzano, la chiesa”.

Il 28 ottobre 1703, giorno dei Santi Simone e Giuda, si fece la traslazione delle reliquie dall’antica alla nuova chiesa. Alla processione partecipò una grandissima folla. Per la prima volta fu presente il canonico Bartolomeo Carrara fu Michele. Da allora la chiesa fu adibita al culto.

Il 16 Ottobre 1704 il vescovo di Bergamo Luigi Ruzzini consacrò l’altare maggiore.

Solamente il 25 ottobre 1863, vale a dire 160 anni dopo l’apertura al culto, la parrocchiale fu consacrata dal vescovo Pier Luigi Speranza con una solenne funzione, con grande presenza di folla e con la partecipazione di numerose bande musicali.

 

AGGIORNAMENTI E APPROFONDIMENTI

Dal 1988, anno in cui il gruppo “Stezzano, la storia” realizzò il volume “LA CHIESA”, sono stati rintracciati documenti che, pur non mutando sostanzialmente la descrizione, arricchiscono e talvolta modificano le notizie riguardanti gli autori, le datazioni ed alcuni altri dati attinenti la parrocchiale. Era prassi, nel 1600 e nel 1700, che i sindaci, cioè gli amministratori del Santuario e delle Scuole (vale a dire Congregazioni o Confraternite) venissero sostituiti ogni due anni. Così avvenne anche per i sindaci della fabbrica della nuova chiesa parrocchiale. Dalla “Nota delle bollette” del Santuario si conoscono alcuni nominativi. Nel 1680 fu sindaco della fabbrica Tomaso Roberti, per parecchi anni capomastro del Santuario; nel 1684 Galicciolo de’ Galiccioli, certamente nipote dell’omonimo fornaio, uno dei sindaci del Santuario nel 1586, l’anno dell’apparizione della Beata Vergine dei campi. Nel 1687 fu sindaco mastro Andrea Donzelli, mentre nel 1691 troviamo mastro Orazio Quagli e mastro Decio Cattaneo deputati della fabbrica; lo stesso Cattaneo fu sindaco nel 1695. Come si nota, è semplice dedurre che a capo dell’amministrazione della fabbrica si eleggessero degli artigiani (mastri) e venissero esclusi i nobili che nel frattempo si erano illegalmente appropriati dell’amministrazione del Santuario. Un significativo contributo alla fabbrica fu dato dalle Scuole che si erano assunte l’onere della dotazione delle Cappelle a loro affidate: altari, quadri, paramenti, arredi sacri, stendardi … e successivamente avrebbero dovuto provvedere alla manutenzione e ad eventuali nuovi acquisti.

A Stezzano erano attive le Scuole del Corpo di Cristo (poi confratelli del SS. Sacramento), del SS. Nome di Gesù, del S. Rosario. A queste si deve aggiungere la Scuola della Dottrina Cristiana, che aveva il compito di insegnare ed approfondire la conoscenza del catechismo non solo per i bambini, ma anche per gli adulti. Alla Scuola del SS. Sacramento era naturalmente affidato il presbiterio [l’area compresa tra coro e balaustre]; per completare la sua descrizione nel 1700, si deve aggiungere che la pavimentazione è quella originale che si ammira ancor oggi, costituita da una piastrella quadrata di marmo nero, attorniata da altre quattro a forma di trapezio isoscele, due di marmo bianco e due di rosso, contrapposte. “Dietro l’altare maggiore vi è il coro con i sedili in legno scolpiti con maestria”. Così si legge nel verbale della visita pastorale del vescovo Luigi Ruzzino nei giorni 15 e 16 ottobre 1704. Questa breve nota è molto importante perché documenta che il magnifico coro di Stezzano fu il primo progettato e realizzato da Gian Battista Caniana e servì da modello per i successivi in altre chiese. È costituito da ventuno scranni mirabilmente intagliati. Finora si credeva che il coro fosse stato compiuto negli anni 1714 – 15. All’interno dell’altare maggiore erano custodite le reliquie dei santi martiri Felice, Vito, Onorio ed Eufemia in due cassette di legno di pero, con i loro cristalli, ricoperte d’argento e lamine d’oro, con impresso il sigillo del vescovo Daniele Giustiniani, in data 3 dicembre 1669. Dette reliquie venivano esposte solennemente ogni anno la quarta domenica di ottobre. Il giorno della consacrazione dell’altare maggiore il vescovo Luigi Ruzzino inserì in un vano scavato al centro della mensa le reliquie dei santi martiri Vittore e Vincenzo.

Dalla volta del presbiterio scendeva, sospeso sopra l’altare maggiore, il capocielo, con cornice dorata e con dipinto nel mezzo il Padre eterno. Appesi alle pareti laterali del presbiterio, dove ora si trovano le cantorie di cui una con l’organo, si ammiravano due grandi quadri dipinti da don Giuseppe Roncelli; il primo, dalla parte dell’organo, rappresentava san Giovanni Battista nel deserto cui veniva servito cibo dagli angeli; l’altro, sulla parete opposta, rappresentava un palazzo, all’esterno del quale san Pietro piangeva amaramente per aver rinnegato Gesù. Non si sa quale fine abbiano fatto questi due dipinti, considerati fra i migliori del Roncelli, tolti durante i lavori di rifacimento nell’ottocento.

Da questa descrizione del presbiterio si può ben comprendere come la parrocchiale fosse dedicata a san Giovanni Battista e a san Pietro apostolo, ambedue equamente rappresentati nell’altare maggiore, nell’affresco della volta e nei due quadri del Roncelli. La conferma, oltre che dai verbali delle visite pastorali, da “Cronaca Bergomense” e da altri documenti, era sancita anche dall’epigrafe “X.sti Precursori Coelique Ianitori” (al santo Precursore di Cristo e al santo Portinaio del Cielo) posta sopra il portale che dà sul sagrato; l’epigrafe fu tolta nell’ottocento nel corso dei lavori di rifacimento. Mancava la balaustra, realizzata solo nel 1797, opera della famiglia Manni.

   

 Particolare della mappa Napoleonica  del 1812. Come si vede non era ancora stata realizzata la strada regia; ora strada statale n. 42 del Tonale e della Mendola; infatti l'allora via Nobile è ancora completa dei caseggiati verso Sud.

 

 

 

 

 

 

Presbiterio della parrocchiale. Trono costruito dalla ditta Albani Giuseppe con statua del Sacro Cuore. Da notare gli otto candelieri di legno dorato e la balaustra mobile.

 

 

 

 

 

 

Venticinquesimo anniversario del congresso Eucaristico diocesano del 1929.

 

 

 

 

 

 

 

Interno della chiesa parrocchiale. Addobbi in occasione del 50° anniversario dell'incoronazione della statua della Madonna dei Campi.

 

 

 

 

 

 

Quello che rimane dell'apparato del Triduo.

 

 

 

 

 

 

Consacrazione delle campane da parte delVescovo Piazzi mons. Giuseppe.

 

 

 

 

 

 

 

Sul Trono vi sono le statue di san Luigi e sant'Antonio di Padova.

 

 

 

 

 

Vecchio apparato del Triduo. Sopra l'altare, e sino al soffitto, veniva allestita in occasione del Triduo, una struttura in legno, chiamata macchina del Trèdio; era piena zeppa di lumini ad olio, mentre prima erano gusci di lumache riempite d'olio dove veniva acceso lo stoppino.

 

Archivio fotografico del gruppo "Stezzano la Storia"

 

PARROCCHIA